6 commenti

  1. MorenoTiziani

    Sicuramente, ma come dici è nota in altri paesi e non tanto in Italia dove certe resistenze esistono e vanno commentate! 😉

  2. Marco

    Dopo studi in antropologia ho iniziato a lavorare in un’azienda che fa ricerche di mercato e non è un’opportunità appetibile come sembra: ci si trova a dover convincere colleghi e superiori di un metodo che sacrificano più che volentieri per affidarsi a meno costosi e più convincenti sondaggi, i clienti il più delle volte si rifiutano di fare ricerca PRIMA di ideare un nuovo prodotto e vogliono soltanto un metodo per comunicare prodotti già esistenti che non incontrano i bisogni dei consumatori, si lavora tramite grosse agenzie che non comunicano le possibilità di ricerca sul campo al cliente finale pur di vendergli qualche costosa consulenza, i metodi spacciati per “etnografici” consistono in osservazione non partecipante e non dichiarata…per non parlare della totale assenza di un codice etico. Insomma immagino che ci siano delle situazioni migliori e mi ritengo fortunato ad avere un impiego rispetto ai miei compagni di studi, ma dire che lavorando per il settore privato si possa migliorare di fatto la vita dei consumatori è una bella storiella che va presa con le pinze tanto quanto la purezza dell’antropologia accademica. Una soluzione possibile è forse mettersi in proprio, dotarsi di un codice etico, sforzarsi di comunicare chiaramente il proprio metodo e trasmetterlo ai propri clienti adattandolo alle loro esigenze evitando il più possibile di comprometterlo. Auguri!

    • MorenoTiziani

      Sicuramente non è facile e nel nostro paese si preferisce quel “tutto e subito” che spesso va a braccetto col “fesso e contento”. Anche io fatico a comunicare che la ricerca è una fase importante per non vedere poi buttati al vento i propri soldi o comunque non ottenere i risultati sperati. Deve passare l’idea che l’antropologia sia uno strumento utile, non una panacea, che però non si può permettere tempi eonici di soluzione. Insomma, c’è da lavorarci ma non sono pessimista! 😉

  3. sono possibili più risposte ed interpretazioni. per quanto riguarda la ricerca pura, il prof. Remotti dell’ateneo di Torino ne ha fatto persino un libro, ovvero si interroga sul concetto di che cos’è l’antropologia. io rispondo così. è questione di visione. ovvero, dopo aver raccolto tutti i dati sensibili e fatta l’adeguata indagine socio-culturale comportamentale e fermi delle conoscenze in ambito antropologico, come si intende operare? qual è l’obiettivo da raggiungere. è chiaro che l’antropologo puro può sì aiutare le aziende, e grandemente, in questo senso a dare una lettura esaustiva delle dinamiche. e forse già questo sarebbe più che sufficiente. quelle che le aziende, o chiunque venda qualcosa, vuole è vendere il suo prodotto. il problema è che, spesso, non si sa nemmeno come piazzare il prodotto sul mercato, non si ha una visione e non si ha nemmeno la cultura di interrogare i veri esperti in merito. cioè, si fa un po’ come fanno tutti. se gli altri fanno così e funziona, faccio anch’io. l’antropologia in Italia è una materia semi sconosciuta. non siamo certo ad Oxford dove gli studenti universitari vengono formati per rispondere alle esigenze di mercato, ma anche quelle sociali. io mi ritengo un’antropologa pura a livello di ricerca, tant’è che non sono nemmeno laureata, perché la vera ricerca sul campo prescinde dalla formazione accademica, senza disdegnarla, ovviamente. anch’io voglio contribuire all’empowerment sociale ed imprenditoriale. come farò?? mi dovrò fare un nome, creare credibilità e portare una nuova cultura, cioè anch’io dovrò mettermi sul mercato e accettare le sfide che propone il mercato. il lavoro che stai facendo tu Moreno con il tuo blog, il libro, il portale è essenziale per portare una nuova cultura d’impresa che si avvale di specialisti qualificati. un’altra remora italica è: si è sempre fatto così, adesso perché dovremmo cambiare? oppure ti chiedono: ma tu chi sei, che qualifiche o competenze hai? ecc. certo, poi bisogna scontrarsi con un vecchio mondo e modo di pensare dove i vecchi laureati hanno sonnecchiato per anni dietro le loro scrivanie d’ufficio, il gap che si genera diventa importante e da solo rappresenta una questione non di poco conto. un po’ come il ventenne che è un mostro con internet rispetto al cinquantenne che a stento riesce ad accendere una periferica. in più, in una società abituata a ricevere ordini, il consulente antropologo che non viene “mandato” da nessuno è sicuramente guardato come un alieno, se poi è una donna, come nel mio caso, peggio ancora, perché prevale l’istinto di conservazione della specie dove la donna deve rimanere al focolare a leccare la prole, non andare a caccia. forse “convertendoci” metaforicamente in animale – come gli ideatori di tanti cartoni animati che genialmente hanno sempre fatto – potremmo far capire le dinamiche con maggiore facilità, cioè il comportamento degli animali non è tutto uguale ed è proprio la diversità che alimenta l’evoluzione della vita, non l’omologazione. bisogna semplificare, ma non essere semplicisti.

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