7 commenti

  1. Nella leggere la definizione di professione è il punto 2 (Attività intellettuale o manuale esercitata in modo continuativo e a scopo di guadagno) a colpire la mia attenzione, il senso di continuità in tempi di contratti a progetto, a termine, precariato mi chiedo se non sia opportuno articolare una definizione di professione che introduca termini di qualifica differenti

  2. Ciao Moreno,
    sai, una volta mi è capitato di confrontarmi con un fotografo professionista statunitense e di discutere con lui che cosa sono la fotografia e l’antropologia. Secondo lui, entrambe sono dei “craft”, ossia un “mestiere”, ma inteso più come “arte, abilità, destrezza” (Wordreference.com): capacità fondamentali in queste “professioni”.
    In un certo senso ritengo che abbia ragione: in antropologia è necessaria una laurea, o comunque un percorso formativo-accademico per apprendere le nozioni base, il bagaglio culturale da cui poter estrarre tutti gli strumenti necessari per analizzare questo nostro mondo; ma allo stesso tempo è fondamentale l’esperienza, la pratica, attraverso cui apprendere e sviluppare determinate capacità. E per questo noi abbiamo una disciplina a sé: l’etnografia.
    Questa è una piccola riflessione che avevo piacere di condividere con te, spero sia stata utile.
    Maurizia

    • MorenoTiziani

      Grazie Maurizia, l’esperienza è la base della professionalità. Credo che un professionista non sia tale senza aver acquisito ed elaborato le sue “bestie nere” lavorative! 😉

  3. Sai Moreno, l’idea del precariato mi assilla da quando mi sono iscritta alla triennale in antropologia (Ca’ Foscari), quindi già prima che diventasse un allarme sociale.
    La questione dell’esperienza – una volta chiamata “gavetta” – è fondamentale in ciascuna professione, ancor più per l’antropologo e per i ricercatori di altre aree disciplinari, e in parte l’università da questa possibilità (almeno a me è stata data, facendo ricerche di campo per le tesi e per alcuni esami).
    La cosa più frustrante è il fatto che ora, conclusa la magistrale, mi debba affannare non a trovare un lavoro a tempo indeterminato, ma una qualche retribuzione per i servizi che posso offrire in quanto antropologa.
    Scrivo articoli e saggi, ho fatto un intervento al convegno di americanistica di Perugia, mi tengo informata e aggiornata, ho deciso di aprire un mio blog come “diario di campo”, partecipo a alcuni dibattiti e forum… Tutto fa parte ancora della fase in cui faccio esperienza e “gonfio” il mio cv, ma sempre a titolo gratuito.
    E’ vero che il sapere è democratico e che far circolare le conoscenze e i saperi debba essere accessibile a tutti, ma è davvero frustrante anche lavorare (andare sul campo, reperire documenti e bibliografie, studiare e scrivere…) per ore e ottenere in cambio solo il proprio nome scritto in qualche rivista o una qualche citazione in altri scritti (senza magari esserne a conoscenza).
    Ho fatto l’operaia, la baby-sitter, la contadina, la commessa, … e sono state tutte esperienze che ho vissuto antropologicamente. Sarebbe bello però poter avere anche un qualche guadagno anche dall’attività di ricerca e scrittura, anche se non ho ancora un Nome. 🙂

    • MorenoTiziani

      Assolutamente d’accordo con te, tranne che per una cosa: la tendenza (e ci sono passato anche io, dunque ragiono col senno del famigerato “poi”…), è appunto di gonfiare il curriculum facendo esperienze anche gratuite. E’ una cosa che si può fare appena laureati, per un tempo limitato. Poi bisogna pretendere di essere pagati, almeno un rimborso spese inziale. Lo so che è difficile ma se non si fa, non facciamo altro che alimentare l’idea che la cultura, e l’antropologia in particolare, sia il superfluo di cui però tutti hanno bisogno. E così non si crea un mercato di valore e saremo sempre lavoratori di serie Z. Del resto, se siamo disposti a fare altro (l’operaia, la baby sitter ecc. – quasi quasi ti sfiderei al lavoro più eclettico che abbiamo trovato ;)) ma sempre con un occhio antropologico, la dice lunga su come siamo fatti e sulla nostra tenacia. E dunque, dicendo “no”, cosa ci perdiamo? In sostanza non cambia nulla, se non guadagnarci in dignità. E le epserienze che ho avuto mi hanno insegnato che un “no” produce più possibilità di collaborazioni retribuite. Sembra strano, ma è così! 🙂

  4. Francesca

    Maurizia, posso capire le tue esperienze. Attualmente lavoro come cameriera ai piani in un hotel, ho dovuto mettere da parte le mie ambizioni perché con uno stipendio da 500 euro al mese non posso finanziare le esperienze che dovrei fare per qualificarmi come antropologa.
    Perché, sì, l’antropologia è una professione, ma oggi è intesa da chi è estraneo alla disciplina come un mestiere esercitato quasi a mo’di hobby. Il vizio sta nell’opinione comune, e la crisi attuale non fa altro che peggiorare le cose.

    Signor Tiziani, il libro che lei ha citato propone un metodo alternativo di lavorare, anche molto più stimolante riflettendoci bene. Il problema è un altro: ottenere anche solo un “misero” contratto a progetto.
    Mi creda, io sono indignata, ho mollato tutto perché rischio di campare di sola aria e di non mangiare. Sarò anche una pessimista rinunciataria, ma devo essere concreta se non mi voglio ritrovare sotto un ponte dopo tentativi ripetuti di entrare nel mondo della ricerca.

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