6 commenti

  1. Fran. Bo.

    Ecco che c’è qualche d’uno che si preoccupa di fornire al mercato capitalista l’utilità dell’antropologia. Dopotutto è già successo in psicologia e in sociologia no?
    L’ovvietà delle implicazioni di un auspicio del genere mi sembrano ovvie, eppure…
    L’antropolgia sta assumendo negli ultimi tempi (finalmente) il ruolo che le spetta nel mondo contemporaneo globalizzato, ovvero quello di poter offrire uno sguardo realmente critico su di esso rispetto a quello delle altre discipline, proprio grazie alla sua assoluta duttilità di movimento e autorità su diversissimo campi (lo dicevi tu stesso: l’antropologo ha competenze sia biologiche che culturali), nonchè la capacità di mettere in connessione le altre discipline. Dovrebbe così porre in evidenza e discussione questioni e temi etici e filosofici prima di tutto. Avere la potenzialità di produrre conoscenza (questo si), ma non una conoscenza in vendita affinchè Stabucks riesca a piazzare i suoi prodotti anche qui da noi (sarebbe un auspicio di una bassezza per lo meno evidente), perchè significherebbe sottomettersi alle leggi del mercato, che puntano a ben altri scopi che quelli di divulgazione dei saperi e della critica dell’esistente, che sono invece gli scopi immediati che la disciplina deve porsi, in ottica di totale autonomia.
    Siamo in crisi certo, e il pane da portare a casa lo vuole anche l’antropologo, giustamente. Augurarsi la prostituzione della disciplina al mercato però è decisamente troppo. Significa non aver capito cosa l’antropologia è.

  2. Cristina Balma-Tivola

    Non riescono neanche più a tenere i dipendenti che già hanno, figuriamoci fare un investimento sugli antropologi! Concordo con te sull’efficacia che vi sarebbe in una scelta del genere da parte d’una azienda, ma parimenti credo che un antropologo ‘vero’ si dovrebbe anche porre parecchie domande sulla dimensione etica del proprio operato quando si fa assumere per realizzare una ricerca finalizzata a collocare un prodotto – in realtà a quel punto non compie solo un’analisi della situazione, ma dà indicazioni operative per intervenirvi. Ora, col caffè è una menata, ma con moltissimi altri prodotti/contesti non proprio…

  3. MorenoTiziani

    La vicenda di Starbucks è una provocazione. Si tratta di un caso in cui, per l’ennesima volta, un’azienda che avrebbe potuto chiedere a certi professionisti un aiuto non lo ha fatto. La riflessione parte da qui. Che poi si tratti di prostituzione è tutto da vedere, ognuno sembra avere le sue regole in questo e ognuno ha la sua idea di cosa sia l’antropologia. Ed ecco spiegati i vari paletti che si incontrano, un vero peccato. Vero è che se gli antropologi non iniziano a sporcarsi le mani, scendendo in campo (e non sul campo), sarà difficile camparci. Poi, è chiaro che un conto è parlare di caffè, un altro andare in Afghanistan ad appoggiare le operazioni militari (vedi la risoluzione dell’American Anthropological Association a riguardo). O almeno io la penso così.

  4. Mi sembra che la parola “prostituzione” sia alquanto forte, il colonialismo c’è lo siamo lasciato alle spalle. Certo si potrebbe essere più etici nella scelta di chi affidare la propria competenza antropologica… Ma qui non c’entra l’antropologia, ma i valori del professionista chiamato a lavorare in questo contesto. È per piacere firmiamo con nome e cognome i commenti… Troppo semplice schermarsi dietro a un nickname!

  5. filippo

    I problemi sono due: il primo è come un antropologo possa produrre qualcosa che abbia un valore e che di conseguenza possa trovare un suo collocamento nel mercato del lavoro o dei beni; il secondo è quale valore o per chi lo produce. io mi sono dedicato allo studio e poi al lavoro nel settore dei prodotti agricoli locali, qualità e sostenibilità, e alla fine ho realizzato che comunque si trattava di forme di marketing. Rifiutare il sistema di mercato, in sé, non è compito dell’antropologia e dell’antropologo, che comunque ha diritto di farlo, come no.

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