14 commenti

  1. Sono un’antropologa disoccupata, da poco emigrata a Bruxelles. Ho lavorato nella cooperazione in America Latina, in Italia, ho fatto ricerche sul campo. Il mio cv è un elenco di esperienze talmente diverse tra loro che è difficile trovare un filo conduttore. L’unico modo per capire questo percorso è l’antropologia stessa: un adeguarsi alle circostanze, all’ente e al lavoro proposto. Come tu affermi, chi più di un antropologo possiede la capacità di muoversi tra le differenze e coglierne i molteplici aspetti? Nei momenti più difficili, quelle maledizioni di amici e familiari per le scelte dissennate e stolte mi capita di mandarmele da sola. Grazie per avermi ricordato che esiste un filo che unisce tutte le mie esperienze. Nel leggere questa tua breve biografia ho sentito anche io il cuore pulsare. Grazie.

  2. Salvatore

    Secondo me stanno per arrivare gli anni in cui l’antropologia verrà finalmente applicata con continuità e successo nei più svariati campi……perché essere antropologo non significa magari saper disegnare un business plan o presentare un ricorso legale ma certamente è un modo di guardare alla vita con quella curiosità che un uomo non dovrebbe mai perdere.
    Abbiate fiducia

  3. Cara Ramona, e altri in condizioni simili.
    Io ho un po’ più di anni. Amavo l’antropologia fin da ragazzina. Cominciai a leggere Margareth Mead a 16 trovandola su una bancherella.E avevo il chiodo per l’Africa, da sempre. E quando ho avuto due soldi e la maggior età ci sono andata. Prima in viaggio, poi come cooperante. Di fare la ricercatrice non mi è mai venuto in mente, anche se Margareth per me era un mito. Io volevo fare qualcosa di operativo, concreto. L’antropologia è sempre stata una grande passione, quando non poteva diventare un mestiere anche perché in Italia allora.. non c’era neppure uno straccio di corso di laurea in antropologia! io feci tutti gli esami che potevo, poi ho studiato per conto mio, in tutti i paesi in cui ho lavorato e continuo a lavorare. E ho pubblicato “lettere dal campo” che mi ricordavano molto quelle della Mead, di 80 anni prima circa.
    Ma nonostante la passione per l’antropologia, mi è sempre stato chiaro che non poteva essere un mestiere. Non, quanto meno, per tutti quelli che ne conseguono il titolo (peraltro non a numero chiuso).
    Anni fa conoscevo un ragazzo che voleva vivere viaggiando. Mi chiese consiglio e dissi “fai la scuola da infermiere professionale, non avrai mai problemi di disoccupazione, in nessuna parte di mondo; dopo studierai ciò che più ti interessa”. Lui si è iscritto ad antropologia. Si è laureato. Poi si è ritrovato a fare l’operaio a tempo determinato. Poi per trovare lavoro si è messo a fare altri corsi professionali, e ancora un lavoro fisso non ce l’ha. Le lauree umanistiche sono così. Io faccio cooperazione perché lavoro in educazione, come pedagogista, e ho tanti anni di lavoro alle spalle. Non potrei farlo con una laurea in antropologia. Oggi come oggi nessuna laurea ti offre un lavoro, quelle umanistiche ancora meno. Secondo me dovrebbe diventare chiaro che la laurea ti serve perché è fondamentale avere una certa forma mentis (anche quella dell’alntropologo, magari fosse più diffusa!) anche se per vivere fai il parrucchiere. Perché un parrucchiere, o un idraulico, o una cuoca, non possono essere esperti di letteratura, o di cinema, così come tanti impiegati per esempio sono anche musicisti jazz…? la cultura dovrebbe essere un diritto per tutti, a tutti i livelli, a tutte le età. Ma è chiaro che non può esserci accesso al lavoro cui la laurea dà diritto, perché i titolati sono molti di più. Basta vedere quante centinaia di migliaia sono ormai nel nostro paese gli psicologi, gli esperti della comunicazione, anche gli architetti e gli avvocati sono over demanding. un caro saluto, da una collega cooperante.

  4. alfio

    Cara Ramona,
    io ho fatto un percorso inverso….
    mi sono laureato da giovane in scienze del servizio sociale, ho iniziato a lavorare nel sociale poi ho seguito il mio amore per l’antropologia e ho conseguito una laurea magistrale in antropologia culturale ed etnologia. Ho sfruttato la mia esperienza decennale in ambito sociale per fare antropologia applicata.
    La mia tesi era proprio sul ruolo dell’antropologo nel welfare…
    Ovviamente ancora oggi faccio fatica a farmi riconoscere e a parlare della mia disciplina di riferimento.
    Credo però che la colpa, prima di tutto, sia prorpio degli antropologi. per il loro atteggiamento… chiusi nelle torri d’avorio delle università…
    Ogni disciplina, ogni scienza, è costituita da un campo di ricerca, generalmente accademico, ed uno applicato. Gli antropologi non sono mai riusciti a mettere a punto strumenti che consentano la messa a punto di una metodologia applicata, diversa da quella della ricerca… che consenta cioè all’antropologia di diventare “mestiere”.
    un’altra cosa che non capisco, e non condivido, e l’ostinazione a collocarsi sempre e solo in contesti internazionali. Le nostre società, cosiddette occidentali, sono sempre state, e oggi lo sono ancora di più, ricche di “differenze e diversità”,e di fenomeni di vivo interesse antropologico. Io lo vivo ogni giorno sulla mia pelle, in prima linea, come giudice onorario del tribunale per i minorenni, come antropologo che si occupa di progetti rivolti a persone immigrate, etc…
    perciò il cambiamento ancora una volta dovrebbe partire dall’interno… attraverso una riflessione franca, aperta, rivolta al futuro… e alla nostra splendida antropologia…

    scusami per il commento che è stato prolisso e scritto di getto…
    in bocca al lupo per tutto…
    Alfio

  5. Carissima,forse il mestiere di Antropologo non esiste in Italia al pari di quello del Sociologo,dell’Archeologo o dello storico. E’ un limite della cultura crociana che ha relegato le “Tradizioni popolari” a mero interesse poetico o artistico. Nè dal 68? in poi la cultura universitaria italiana è riuscita a fare di meglio creando i presupposti
    come nel mondo amglosassone di unificare l’Antropologia sociale alla sociologia. Di fatto per fare il cooperatore all’estero o il sociologo in realtà diverse dal mondo occidentale devi fornirti di un bagaglio antropologico..
    io ho la fortuna di vivere in una regione italiana che in un certo senso ha dato i natali all’antropologia culturale “italiana”, e parlo della sicilia, la terra di Pitrè, di cocchiara e ora di Bonomo,Buttitta e Rigoli.
    Mi sono laureato, addottorato in discipline etnoantropologiche con L.L.Satriani a Cosenza e a parte la collaborazione per l’organizzazione di convegni e le pubblicazioni non sono mai divenuto un antropologo strutturato, nel senso dell’Università. Ho dirottato sulla Regione che dal 1980 ha inserito le sezioni etnoantropologiche tra quelle delle Soprintendenze: un passetto avanti, ma costato grande sacrificio a chi vuole rimanere etnoantropologo mentre gli altri fanno carriera come dirigenti di servizio o addirittura Soprintendenti. Meglio di niente.
    Tra qualche anno andrò in pensione e non potrò neanche usufruire di un albo professionale di antropologi. Beh mi pare che dopo 10 anni di “esercitatore” all’Università e 30 anni etnoantropologo sul campo nelle Soprintendenze mi potrò pur definire Antropologo o no?Lo fa anche chi è semplicemente un opinionista
    televisivo, non ti pare?

  6. Francesca

    Cara collega Ramona,
    quanto mi sono rispecchiata nelle tue bellissime parole.
    La cosa che però mi differenzia tanto da te è che io ho gettato subito la spugna, che non ho realizzato fino in fondo ciò che volevo essere, inibita soprattutto dalla mancanza di risparmi personali e dalla condizione economica disagiata della mia famiglia. Io il campo l’ho solo sfiorato, sono quasi un’antropologa “da tavolo” e me ne vergogno irrimediabilmente.
    Leggendo le tue righe ho però notato quanto l’essere un’antropologa abbia contribuito a renderle così vivide. Se non fossi stata un’antropologa oggi lo stesso lavoro non l’avresti svolto allo stesso modo, o magari non l’avresti proprio fatto.
    Ti do il mio punto di vista: ho rinunciato per mancanza di possibilità, ma se potessi andrei in giro per il mondo come te, a scrivere il mio impatto con l’ “altro”. Invece mi trovo costretta a fare la cameriera, come te maltrattata dal mio datore di lavoro che osa insultare la mia preparazione universitaria e mettere in discussione i miei saperi. Ordinaria routine: come quando osservi le facce perplesse di chi ti chiede in cosa ti sei laureato.
    Mi consolo pensando al fatto che non ho rimpianti e che non invidio la piccolezza di chi di fronte a uno straniero con la pelle più scura gira la faccia dall’altro lato per nascondere il suo disappunto.
    Per quanto riguarda il mio futuro vedo solo buio. Il vero problema è uno: in Italia l’antropologia non troverà spazio se non ritorneranno i finanziamenti alla cultura, .

  7. Davide Marchesi

    Gesu’, che allegria. Sto facendo un pensiero concreto a una laurea in questa direzione, le culture straniere, in particolare orientali, mi sono sempre sembrate interessantissime. Dovro’ votarmi alla mia santa scadentissima memoria a breve termine per dimenticare questo articolo.
    E’ tristissimo vedere che chi si getta anima e corpo all’inseguimento di una propria passione e lo fa con ottimi risultati poi resta da solo senza uno sbocco, senza prospettive.
    Mondaccio cane…

  8. Anna

    Cara Ramona, grazie per aver saputo accarezzare quella passione mai spenta per la disciplina che amo. Ho scelto di studiare antropologia per passione, mentre tutti, intorno a me, mi sconsigliavano. Ho deciso di essere, almeno una volta nella vita, un’antropologa sul campo e sono partita per l’Algeria dove ho preparato la mia tesi di laurea. Era sul terrorismo islamico, quando ancora non c’era stato un 11 settembre e non era un argomento alla “moda” di cui tutti sanno tutto, quando ancora non erano comparsi gli esperti-tuttologi con le loro spiegazioni preconfezionate, ma capaci di sedurre le folle. L’esperienza sul campo è stata fondamentale, mi ha insegnato qualcosa che sui libri, o a lezione, non puoi imparare. Ho anche compreso quel rapporto delicato e complesso con il proprio “oggetto-soggetto” di studio e l’Algeria è diventata il mio grande amore professionale. Colma di speranze mi sono laureata… per poi trovarmi nella tua stessa condizione di attesa. Mi sono rivista nelle tue parole. Dopo un po’ di tempo come assistente volontaria (leggi “non pagata”) all’università, qualche pubblicazione,… ho compreso che vivevo in attesa di iniziare una carriera. Un lusso, quello di vedere scivolare il futuro accanto, quello di vedere scorrere gli anni senza un inizio o forse, meglio, con mille inizi.
    Arrivo direttamente ad oggi: sono un’antropologa metalmeccanica o una “tuta blu” con il cuore e la mente da antropologa ed un capo, laureato in matematica, che nel sentire la mia laurea ha commentato: “che carina!”. Perfetto quadretto di una attualità miope, superficiale (ed un po’ ignorante) nella quale le lauree umanistiche hanno il fascino dell’esotico (se va bene!).
    “Nel mio lavoro, presente e passato, mi torna smisuratamente utile essere un’antropologa, ma non è richiesto. Di fatto, io mi ci sento da sempre”. E lo sono, anche da metalmeccanica!

    • Antonio Riccio

      Cara Anna
      sono Antonio, un antropologo come te, come molti che hanno risposto alla dolorosa ma coraggiosa storia di quella che si fece antropologa contro tutto e tutti.
      Anch’io vengo dalla stessa storia. Ma coltivo utopie: l’ultima? E’ realizzare un “cloud” (qualsiasi cosa significhi: io lo risignifico in cloud etnografico) su Genere & Guerra. Lo immagino come un archivio etnografico multimediale aperto: in tutti i sensi. A tutti coloro che vorranno collaborare a realizzarlo, ed a tutti i temi (e sono infiniti) collegati a questo binomio-chiave che ho la pretesa di documentare in forma multimedialòe. Se -come spero – sei interessata vorrei mettere a frutto la tua laurea sul terrorismo islamico (ed eventualmente il suo rapporto con le donne) per il mio progetto (ìancora in cerca di uno o più sponsor).
      Fami sapere: antonio.riccio@katamail.com

  9. Benedetta

    Ritrovo e rileggo il tuo post, Ramona, dopo un po di tempo, durante una delle ennesime ricerche su internet dove cerco di darmi una risposta alla domanda “Ma io, con la mia laurea in Antropologia Culturale, cosa potrei fare?”.
    Laureata da ormai 5 anni, ho deciso di intraprendere la strada della cooperazione, ma in effetti, sembra che antropologia sia un handicap più che una titolo di studio: molto meglio un laureato in scienze politiche o altro per svolgere mansioni che anche io svolgerei alla perfezione!!!! Ho fatto la giusta gavetta (anche troppa forse), per poter raggiungere la soglia di esperienza richiesta per essere una cooperante (professione che amo e nella quale credo l’antropologia abbia tanto da apportare)….e mi sento come un innamorato rifiutato un po troppe volte. Dopo diverse missioni all’estero, sempre più che sottopagata, la domanda che mi ronza in testa è : perchè un economo è più papabile in una posizione di PM rispetto ad un antropologo? Rendicontare un progetto o realizzare un report finanziario credo siano capacità che un qualunque laureato, con un minimo di sale in zucca e buona volontà, possa sviluppare rapidamente…..una sensibilità culturale …..personalmente non credo.
    Il mio piano B, come il tuo Ramona, è integrare gli esami che mi servono per accedere alle classi di concorso per l’insegnamento (altro settore ostico), nel frattempo lavoro come receptionist e do ripetizioni. Chissà che magari non arrivi il dio degli atei anche per me…..

  10. Primula

    Cara Ramona, sto pensando da molto tempo all’antropologia, non come mestiere. Io non ce l’ho un mestiere.. . Sarei un’insegnante, per una decina di anni sono andata avanti gestendo doposcuola, facendo lezioni private… Ma non sono laureata. Anche io ho scelto la strada sbagliata. Insomma, sono almeno due anni che mi dico: se esce un lavoro più serio, mi riscrivo all’università. E intanto leggo. Studio da sola. Avrei una domanda: appurato che voglio studiare per me, non per un lavoro, il mio interesse e il mio grande amore è per l’archeomitologia e per la storia delle religioni. Credi che una triennale in antropologia serva? O lettere classiche? Ovviamente vengo dal classico, latino l’ho insegnato spesso, greco meno, dovrei riprenderlo, ma non è un problema. ah… Se il museo che hai allestito è quello di Pastena, l’ho visto, è MERAVIGLIOSO!

  11. Bauhaus

    Lei ha il mio più totale appoggio, nostra antropologa.
    Mi sto avvicinando all’antropologia e l’ho scoperta in tutta la sua potenza di analisi per caso, per uno cambio di corso di laurea (da Fisica a Lingue straniere).
    Mi ha appassionato subito.
    Venendo da un contesto diverso, vi posso confermare una cosa: non si desidera avere fra i piedi persone, individui con testa e cuore, ma macchine da conti, capaci di risolvere problemi anche molto complessi e questa è l ‘ unica attività intellettuale concessa. Perfino i ritmi e i tempi dati per studiare sono strettissimi, volendo abituare, a quanto pare, alla “corsa da criceto” .
    Molti (quasi tutti) i miei conoscenti non hanno mai tempo nemmeno per leggere un libro; coloro dotati di una qualche velleità artistica e d’ immaginazione hanno interrotto il loro impratichirsi fra racconti e altri scritti, nonostante siano persone volenterose e squisitamente intelligenti.
    Questo giusto per convalidare che il mondo del lavoro preferisce macchine da calcolo, che il calcolo sia matematico o “umanistico” (quindi giuridico, etc). Avanti e camminare !

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