Professione Antropologo

Antropologia per comprendere e innovare

Il lavoro per l’antropologo non è tra gli antropologi

Posted on | luglio 9, 2012 | No Comments

Collaborazione e ascolto tra i non antropologi

Sono contento quando qualcuno mi scrive dicendo che Professione Antropologo gli è stato utile. Ricordo ad esempio un’email in cui un lettore mi diceva che gli ha cambiato addirittura la prospettiva con cui vedeva il lavoro dell’antropologo e che gli ha dato una direzione da seguire, cosa che gli sembrava mancare durante l’università.

Un’altra lettrice si è soffermata sul terzo capitolo del libro, “Come si diventa antropologi fisici” e soprattutto sul paragrafo Alcuni consigli per non trovarsi impreparati. Le sembrava però di seguire già il metodo che ho proposto nel testo, senza ottenere i risultati sperati.

Non riporto l’email come ho fatto in altre occasioni perchè troppo ricca di riferimenti personali, per quanto la questione sollevata si possa riassumere in queste parole:

Ho già acquisito una certa esperienza sul campo, scrivo articoli, partecipo a convegni, cerco di attaccare bottone con altri antropologi ogni volta che mi si presenta l’occasione. Eppure non mi sento realizzata, mi sembra di girare a vuoto. Dove sbaglio?

E’ praticamente impossibile rispondere in modo completo e soddisfacente a questa domanda. Impossibile perchè molto dipende da come questa antropologa si approccia al suo lavoro e agli altri. Posso solo tentare di dare qualche altro suggerimento per completare idealmente il capitolo del libro da cui la discussione è partita.

Se l’approccio è fondamentalmente corretto, è anche vero che deve essere focalizzato a un risultato. Ad esempio, oltre che dispendioso, sarebbe inutile partecipare a tutti i convegni e i laboratori di antropologia organizzati durante l’anno.

Meglio sceglierne un paio, vicini ai propri interessi, e individuare le sessioni che maggiormente ci possono servire per il nostro lavoro. Se poi c’è tempo anche per seguire sessioni per puro piacere personale, ben venga.

Ma anche qui, ciò che conta è interfacciarsi con le persone, “saggiare” le relazioni e soprattutto coltivarle in seguito. Infatti durante i convegni è difficile che si realizzi subito un’occasione di collaborazione, mentre è più facile se la conoscenza tra le parti è maggiormente approfondita.

Fare “rete” tra antropologi è necessario per organizzare nel futuro dei gruppi di lavoro. E poi è molto piacevole, non fosse altro che si conoscono persone con i propri stessi interessi.

Tuttavia credo che l’antropologa che mi ha scritto rivolga tutte le sue attenzioni ai colleghi, sperando che in cambio le capitino, prima o poi, offerte di lavoro o collaborazione. In realtà, è difficile che tali occasioni nascano tra pari, quando invece il “cliente” è spesso un soggetto terzo che non ha molto da spartire con l’antropologia.

C’è tanta domanda inespressa e tocca a noi farla emergere e pubblicizzare ciò che sappiamo fare. Ma per raggiungere questo scopo, dobbiamo spenderci in prima persona e cercare un contatto diretto col possibile finanziatore/promotore del lavoro stesso.

Un convegno può essere utile per aggiornarsi, per creare appunto relazioni, ma è difficile essere notati e soprattutto mantenere nel tempo l’eventuale “impronta” che vi abbiamo lasciato.

Spero di chiarire con un esempio. Ho sempre apprezzato la lungimiranza (e direi anche la sfacciataggine), con cui certi produttori di vino riescono a portare i possibili clienti nelle loro cantine con la scusa di un giro turistico “senza impegno”. Di appuntamenti di questo tipo ce ne sono un po’ in tutta Italia.

Evitano accuratamente di “aggredire” subito l’avventore di turno (che il più delle volte non è certo un esperto enologo) parlando di vino e di prezzi, ma si preoccupano di metterlo a proprio agio parlando dell’azienda e della sua storia, specie se è un’attività di famiglia da generazioni. Magari offrono spuntini, accompagnati ovviamente da bevande prodotte in loco.

E tra uno spuntino e l’altro, sapere che il vino che si sta bevendo è stato prodotto pensando a un certo risultato, e che il nome è stato scelto perchè legato a un certo fatto avvenuto in famiglia, non fa che aumentare il “senso” che questo vino possiede. Gli regala, da un certo punto di vista, un significato e un posto preciso nel tempo e nello spazio. E a quel punto l’avventore deve per forza acquistare quel gioiellino alcolico!

Chi ha bisogno della professionalità dell’antropologo è per lo più una persona inesperta, un “avventore” che deve risolvere un problema non avendo gli strumenti per farlo. Gli altri antropologi, in teoria, conoscono già questi strumenti (fermo restando la specializzazione di ognuno).

E, come il vinaiolo, non dovremmo focalizzare subito un colloquio sugli aspetti più tecnici dell’antropologia, ma lasciare che il contesto si formi da sè, magari con esempi tratti da lavori che abbiamo già svolto o che hanno portato a termine altri colleghi. Ovvero, non parlare di antropologia con chi non sa di cosa si tratta.

Significa avvicinare il nostro potenziale cliente in modo personalizzato, cercandolo anche più volte. Ed è decisamente meglio un contatto diretto che uno impersonale, specie nel nostro paese dove, in fondo, le pratiche di relazione sono ferme all’era pre-internet.

In sostanza, posso riuassumere quanto vorrei consigliare all’antropologa che mi ha scritto in questo modo:

  • darsi degli obiettivi, non più di due o tre all’anno;
  • partecipare a poche occasioni di formazione/contatto, puntando al risultato desiderato;
  • fare rete tra antropologi in vista di collaborazioni future, ma cercare occasioni di lavoro tra i non antropologi;
  • contattare direttamente il nostro interlocutore, dicendogli cosa possiamo fare per lui e non cosa facciamo (antropologia).

Chiedo agli altri lettori di Professione Antropologo: avete altri suggerimenti per la nostra collega?

 

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