parola antropologia sul dizionario

Il titolo perentorio di questo post sta all’antropologia come le controindicazioni stanno ai medicinali. Vanno usati quando ce n’è bisogno, ma sempre con cautela. E credo che il termine “Antropologia” sia da maneggiare con estrema cura.

E’ da diverso tempo che mi interrogo sull’uso che i media e la gente comune fanno di questa parola. Ma anche l’utilizzo da parte degli stessi antropologi lascia perplesso.

Ieri sera, per curiosità, ho fatto una ricerca su Pinterest per capire che tipo di contenuti vengono catalogati sotto la voce “antropologia”. Si tratta soprattutto di oggetti di uso quotidiano, a volte di design, raramente di persone o cose che hanno a che fare, effettivamente, con una qualsiasi branca dell’antropologia.

Del resto, basta vedere con quanta disinvoltura l’aggettivo “antropologico” sia accostato ai nomi più diversi. La semantica e il buon senso, in certi scritti, sembra non essere proprio di casa.

E’ chiaro che qualcosa non torna. La definizione più generica di antropologia è “studio dell’uomo”. Così generica che, in effetti, potrebbe sembrare tuttologia se non vengono posti dei paletti metodologici. Ed è quello che, in teoria, dovrebbero fare gli antropologi.

Mi viene un dubbio: non è che gli antropologi litigano discutono troppo su “come” fare antropologia e non su cosa sia l’antropologia e, soprattutto, su come spiegarla alle persone? E’ chiaro che confrontarsi sulle modalità di studio è importante, ma se il mezzo sostituisce il fine, ne soffre l’intera disciplina.

A questo punto sarebbe interessante fare un esperimento: riusciremmo, noi antropologi, a eliminare il termine “antropologia” dai nostri discorsi? In pratica, sarebbe possibile parlare di antropologia senza nominarla?

Non mi sembra che nei corsi delle università italiane si facciano esperimenti simili. Eppure aiuterebbe a padroneggiare veramente i concetti. Non a caso, a questo proposito si cita spesso una frase di Albert Einstein:

Non hai veramente capito qualcosa finché non sei in grado di spiegarlo a tua nonna.

Il problema non sembra poi essere tanto teorico se alcuni corsi di antropologia all’estero, nella loro descrizione, specificano che uno degli obiettivi è tradurre in linguaggio comune i concetti dell’antropologia per renderli comprensibili ai non antropologi.

Angela VandenBroek ne fa addirittura un punto essenziale per trovare lavoro come antropologo. Il suo post è interessante perchè, prendendo spunto da quanto scritto da Adam Fish su Savage Minds, intreccia questo problema con il senso d’identità dell’antropologo.

Daan Beekers ironizza (ma non troppo) sulla mancanza di concretezza degli antropologi e  sulla loro scarsa capacità di comunicare il loro lavoro in un articolo dal titolo eloquente, “Scusa ma non parlo antropologhese”.

Louise Krasniewicz e Michael Blitz si sono interrogati su problemi di comunicazione degli antropologi quando hanno visitato, nel 1991, la mostra Dislocations al MOMA di New York, allargando il loro orizzonte al rapporto tra arte e antropologia.

Questi sono alcuni degli esempi che sottolineano come l’uso della parola “Antropologia” sia complicato. E’ il motivo per cui, tutto sommato, è meglio agire antropologicamente lasciando perdere le definizioni, soprattutto se ci è stato commissionato un progetto e in particolar modo se il committente non sa molto di antropologia.

Un professionista, che sia antropologo o meno, deve innanzitutto soddisfare la richiesta del cliente e consigliarlo senza appesantire il processo decisionale di nozioni che, in quel contesto, sarebbero solo d’impaccio.

Anche i lettori di Professione Antropologo hanno avvertito il problema? Come lo avete affrontato? Sareste disposti a sperimentare la traduzione dei concetti antropologici in linguaggio comune?

 

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