Professione Antropologo

Antropologia per comprendere e innovare

Gli antropologi culturali e la cooperazione allo sviluppo: riflessioni dal Pakistan di Salvatore Farfaglia

Posted on | maggio 6, 2012 | No Comments

Pubblico volentieri il contributo di Salvatore Farfaglia, coordinatore di alcuni progetti di cooperazione allo sviluppo per conto del Ministero degli Affari Esteri in Pakistan.

E’ proprio dalla necessità di condurre questi progetti nel miglior modo possibile che Salvatore ha deciso di riprendere gli studi.

Attualmente è, infatti, laureando in antropologia culturale presso l’Università degli Studi di Firenze, ma ha già al suo attivo tre indagini etnografiche sul campo sia in Afghanistan che in Pakistan, eseguite per conto dell’università e supportate dalla sua esperienza pregressa.

I piani di intervento, come giustamente mi ha sottolineato, devono partire dalla cultura dei beneficiari e non creati “attorno” a loro: la popolazione deve essere un soggetto partecipante nella pianificazione dell’intervento, e non un oggetto passivo. Come ha avuto modo di raccontarmi a proposito di queste esperienze:

inconsciamente ho sempre obbedito ai precetti dell’osservazione partecipante tanto cara a Malinowsky.

Salvatore ha espresso il desiderio di contribuire al dibattito sul ruolo dell’antropologia culturale e in generale delle discipline demoetnoantropologiche e geografiche nella società moderna e sulla possibilità di creare opportunità lavorative nel campo della coperazione.

Salvatore Farfaglia Islamabad 2012

Nella  foto, Salvatore è il terzo da destra con il Shalwar kamize azzurro e mi scrive che stava prendendo un chay con alcuni amici pashtun della valle di Swat.

Di seguito il suo intervento (i grassetti sono miei).

Islamabad – Pakistan, 02 Maggio 2012

Nel Novembre 2010 ho conseguito un Master in Human Development and Food Security e per perfezionarne il lavoro di tesi finale mi sono trasferito in Guatemala, presso la comunità di Chichicastenango nel Dipartimento del Quiché, operando per conto dell’Istituto Agronomico per l’Oltremare nell’ambito di un progetto di sviluppo rurale denominato CREDyCOM.

Lungi dall’essere un antropologo, perché di formazione prettamente economica, ho sempre avuto però un interesse innato per tutto ciò che é differente, altro, rispetto agli standard della cultura a cui appartengo e più specificamente del meridione d’Italia, essendo calabrese.

Non parlo casualmente di quest’episodio, poiché è proprio in Guatemala che ebbi la netta sensazione di capire come la conoscenza delle culture presso le quali si offre qualsivoglia genere di assistenza o supporto sia un presupposto fondamentale per rendere il nostro operato e i suoi risultati economicamente e socialmente sostenibili e duraturi nel tempo.

Presso quei villaggi e quelle comunità indigene, di chiara discendenza maya, intravedevo l’importanza della “decodificazione” di usi e costumi come condizione necessaria per proporre un modello di agricoltura o una forma di credito o una politica di genere che potessero essere concepite attraverso le tradizioni della comunità ricevente o magari filtrate da essa in un processo partecipato.

Con queste idee pulsanti nel cuore e nella testa feci rientro in Italia e decisi che valeva la pena d’intraprendere un nuovo corso di studi che mi aiutasse a ottenere quegli strumenti di analisi che, unitamente a una sensibilità verso l’osservazione, potesse addentrarmi nella dimensione del “differente” cercando proprio in quella ricca diversità di trovare il punto di forza di futuri interventi tecnici.

Ciò che osservavo nel mondo della cooperazione allo sviluppo (espressione che semplifica e raccoglie tutte quelle iniziative volte a migliorare le condizioni di vita dei cosiddetti PVS-Paesi in Via di Sviluppo), era una forte presenza di tecnici privi, se non per predisposizione propria, di quella sensibilità all’osservazione partecipante tanto cara al Professor Malinowski.

Erano molto preparati nelle loro discipline e non avrebbero di certo sfigurato durante un simposio sull’applicazione dell’ultimo ritrovato chimico per la prevenzione della diffusione degli insetti da frutto ma continuavo a vederli distaccati dalla cultura di quelle comunità che si proponevano di assistere e questo distacco era percepito dagli autoctoni come un forte elemento di discontinuità e insicurezza rispetto ai traguardi che i progetti o i programmi si proponevano di raggiungere.

Parallelamente ai miei studi mi venne offerta l’opportunità di seguire un progetto in Pakistan, da dove attualmente scrivo queste riflessioni; più nel dettaglio nella Valle di Swat, distretto della provincia del Khyber Pakhtunkhwa (secondo la più recente definizione di quella che durante la presenza dell’Impero britannico nelle Indie e fino a pochi anni or sono era definita come North West Frontier Province – NWFP).

Da allora ho studiato e prodotto alcuni saggi che mi hanno aiutato a capire la cultura delle popolazioni che mi accingevo ad assistere e che mi hanno portato a conoscere persone ed elementi culturali (strumenti musicali, danze, sistemi e precetti tribali) che ho trovato utilissimo conoscere al momento di operare scelte, soprattutto quelle tecniche, condividendole con la comunità locale.

Dalla cultura maya della cara Chichicastenango mi sono trovato quindi a operare presso villaggi del Pakistan settentrionale che evidentemente mi hanno imposto una certa conoscenza della cultura Pashtun o Pathan o Pakhtun che dir si voglia.

Potendo osservare la loro cultura dall’interno e avendo a volte degli interlocutori di grande spessore, come il Professor Sultan-I-Rome ad esempio, ho concepito una serie di azioni che altrimenti sarebbe stato impossibile pianificare e che probabilmente sono frutto più della conoscenza culturale, ottenuta attraverso lo studio e la condivisione, piuttosto che attraverso l’applicazione di regole e formule economiche che si pensa di poter adattare a tutti in contesti in cui, dopo talune analisi numeriche basate su dati socio-economici, si riconoscono come segni di appartenenza a un terzo o quarto mondo sempre più diffuso.

Lo studio dell’antropologia culturale e l’uso dei suoi professionisti sono, a mio parere, fondamentali nella riuscita d’iniziative di questo genere. Essi offrono, se non la certezza, quantomeno la consapevolezza di operare a partire dalla cultura assistita evitando, come spesso accade, di far sì che sia un modello precedentemente applicato ad altre latitudini a essere esportato e applicato in condizioni economiche e sociali magari simili (come può essere il caso di una popolazione colpita da inondazioni tanto in Pakistan quanto in Guatemala) ma in presenza di caratteristiche culturali del tutto opposte.

Nessuno verrà mai a cercare un antropologo nelle università, musei o biblioteche; nessuno sarà pronto a riconoscere che la sua iniziativa manca di “analisi culturale”; nessuno, ahimè, contatterà un antropologo per definire gli obiettivi e il metodo di quell’iniziativa che finirà per portare il mais guatemalteco sulle tavole dei pashtun del Pakistan e purtroppo si moltiplicheranno le “cattedrali nel deserto”.

Dunque il mio personale invito è quello di proporsi con un metodo che consenta ai tecnici di altre discipline di operare in un quadro logico di progetto concepito in modo partecipato a partire dalla comunità assistita e questo, mi si perdoni il campanilismo, può essere fatto egregiamente da un esperto in discipline etno-demo antropologiche.

La mancanza di questa lungimiranza culturale può avere effetti devastanti sulle comunità di paesi già storicamente abituati alla sudditanza psicologica ed economica. Di certo non rifiuteranno i nostri “doni” ma non si porranno la domanda, se non adeguatamente stimolati, di come “continuare a mangiare pesce quando le riserve che gli avremo fornito saranno terminate”.

Il mondo dello sviluppo (intendendo tutte le forme di cooperazione da quella centrale governativa a quella orizzontale delle organizzazioni non governative e passando per quella trasversale delle agenzie delle Nazioni Unite, non dimenticando il contributo di enti privati, fondazioni e istituti di alta formazione) ha ammesso almeno un ventennio di interventi “caritatevoli” che hanno creato presso i destinatari dipendenza e vulnerabilità alla povertà e all’insicurezza alimentare ma pochi continuano ad essere, oggi, gli esempi d’interventi che sono risultati sostenibili e concepiti con la partecipazione delle comunità assistite.

Se abbiamo capito che non serve investire in infrastrutture se non lo si fa contemporaneamente nel campo educativo; se abbiamo riflettuto sul fatto che dietro un indice socio-economico, benché esprima benessere, può celarsi lo spettro di fenomeni socio-economici complessi (si osservi ad esempio negli Stati Uniti d’America l’indice di sviluppo umano – HDI e contemporaneamente si guardi il suo coefficiente di Gini per la disuguaglianza nella distribuzione del reddito); se proprio siamo spinti da uno spirito di solidarietà verso i meno fortunati, sforziamoci almeno di capirne la ricchezza del patrimonio culturale senza dover per forza uniformarle alla nostra.

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